racconti

Amo i tuoi silenzi Secondo capitolo

 

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Trama

Bea vive nel suo mondo fatto di silenzi, ma non perchè non ami parlare, fin dalla nascita le è stato diagnostico un grave handicap: non può sentire.
Riesce a percepire i suoni solo attraverso l’apparecchio acustico che porta alle orecchie. Usa il linguaggio dei segni per farsi capire o talvolta legge le labbra. La sua è un’esistenza tranquilla, ha accettato il suo handicap ed è serena. Almeno finchè Axel non appare nella sua vita e le fa capire che nella sua esistenza quasi perfetta manca qualcosa: l’amore.
Ma potrà Axel riuscire a scalfire quel muro che Bea ha costruito per sentirsi al sicuro? E riuscirà Bea ad aprire il suo cuore a qualcuno che è estraneo al suo mondo?
L’impegno da entrambe le parti sarà essenziale. Dovranno infatti essere disposti a non lasciarsi scoraggiare nemmeno da un nemico inimmaginabile.

Vi ricordo che per leggere questa storia potete usare anche altri canali.

Su Wattpad e Su EFP

Come ho deciso però l’altra volta, un capitolo ci sarà anche qui sul blog per chi non ha accesso a nessuna delle due piattaforme.

Quindi ecco il secondo capitolo.

L’incontro.

Sebbene abbia i guanti bianchi morbidi e caldi che mi coprono le mani, sento ancora freddo e così deciso di infilarle in tasca.

Mi guardo intorno, ci sono altre persone che come me aspettano la fermata dell’autobus, ma oggi sembra non volere arrivare e la folla aumenta.

Un gruppo di ragazzi sembra discutere piuttosto animatamente, me ne rendo conto dai loro gesti, anche se non posso sentire quello che dicono.

Non sono troppo lontana da loro, e se prendessi l’apparecchio acustico dallo zaino, potrei anche cercare di capire cosa dicono. Ma oggi ho un fastidio all’orecchio e ho deciso di toglierlo, non mi crea problemi. Sono abituata al mio mondo silenzioso e sto bene così.

Mi sporgo lungo il marciapiede per guardare se l’autobus arrivava, secondo il mio cellulare doveva essere qui da cinque minuti e invece non si vede ancora arrivare niente.

Lo zaino che porto sulle spalle mi scivola sul braccio, e lo respingo indietro con un gesto seccato. Ho indossato un cappotto caldo stamattina, eppure a furia di stare ferma, continuo ad avvertire quel freddo pungente che non sopporto in questo mese di dicembre.

Ma quanto ci mette ad arrivare quest’autobus?

La gente che aspetta continua ad aumentare e probabilmente qualcuno si sta anche lamentando per il ritardo come me.

Quando non leggo le labbra, mi piace immaginare quello che gli altri dicono, alcune volte è divertente soprattutto quando mi sembra di aver indovinato.

Sfilo la mano dalla tasca per recuperare il cellulare e controllare l’ora, ma la presa con i guanti non è perfetta e il mio telefono fa un brutto volo sull’asfalto. Mi chino subito a terra per controllare che non si sia rotto. Si è aperto e la batteria è uscita fuori. La raccolgo con una punta d’ansia. Non può essersi rotto. I miei non me ne compreranno mai un altro e ho bisogno del telefono per tante cose. Deve essere intero!

Mi sento toccare la spalla mentre sto mettendo a posto la batteria. Guardo appena lo sconosciuto che invece mi fissa mentre richiudo il cellulare e lo riaccendo.

Per fortuna si accende e sembra tutto normale ed è quel punto che mi rilasso. Mi rendo conto però, che lo sconosciuto che mi ha toccata continua a fissarmi e le sue labbra dicono qualcosa. Forse già prima ha detto qualcosa e adesso pensa che sia una di quelle persone scontrose che non rispondo, così mi concentro di più sulle sue labbra e afferro la parola “bene” ma non so cos’altro abbia detto.

Lo sconosciuto adesso sta raccogliendo lo zaino che mi è caduto e che ho del tutto dimenticato.

«Stai bene?» chiede lui e stavolta riesco a leggere meglio le sue labbra.

Annuisco con un piccolo sorriso e prendo lo zaino dalle sue mani. Per un attimo mi sento attraversare da una scossa elettrica per quel contatto, anche lui sembra avvertire la mia stessa sensazione perché mi sorrise divertito.

«Capita a volte. A quanto pare siamo elettrici entrambi. Io sono Axel».

Mi sta tendendo la mano e il suo sorriso è pieno di allegria. Ha un bel sorriso, di quelli che rendono il viso ancora più interessante. E’ bruno e ha occhi scuri, la sua aria amichevole mi rende meno insicura.

Stringo la sua mano e accenno un nuovo sorriso.

«Bea».

Ho usato un tono di voce basso, non mi piace usare la mia voce. Anche se non la sento, so che un suono particolare, metallico e per quanto cerco di lavorarci, su, non posso cambiarla molto.

«Diminutivo di Beatrice?» domanda Axel ed io annuisco.

«Invece Axel dovrebbe essere un sinonimo di Alex, i miei volevano assegnarmi un nome originale».

Sorrido con lui e poi lo vedo controllare l’ora.

«Devo prendere l’autobus per arrivare al centro, per questo ero di fretta. L’ho perso?».

Scuoto la testa. Non aggiungo che è lo stesso che devo prendere io, per quanto la sua aria socievole mi abbia tranquillizzata, sono sempre piuttosto a disagio con le persone che non conosco.

«Allora ho corso per niente» sospira Axel. Si gira per dire qualcosa e a quel punto non sento più nulla. Senza avere le labbra davanti a me non posso ascoltare quello che dice, e quindi le sue parole sono come lanciate al vento. Ovviamente Axel non può saperlo. Continua a parlare, me ne accorgo perché muove le labbra, ma è come se parlasse in un film muto per le mie orecchie inutili.

«Giusto?» chiede Axel girandosi in quel momento verso di me. Deve avermi fatto una domanda e sta aspettando una risposta, ma non so davvero cosa abbia detto.

La situazione deve crearmi un forte imbarazzo, ma la verità è che mi sento alquanto divertita dalla sua espressione confusa quando resto in silenzio.

Mi tocco le orecchie con una mano.

«Non sento. Mi dispiace, ma non ho capito cosa hai detto».

«Sei sorda? Davvero?».

Annuisco con un sorriso. L’espressione che hanno le persone quando capisco che sono seria e che non sto scherzando, è diversa e la osservo sempre con interesse. C’è chi si allontana in fretta perché si sente a disagio, chi diventa imbarazzato e chi alza la voce credendo che se aumentando il volume della voce, io possa sentire la differenza. E poi c’è chi mi guarda con compassione e si scusa non sapendo nemmeno cosa dire. Tra i tanti, quest’ultima categoria è quella che più non sopporto. Non mi piace essere compatita e scusarsi per qualcosa che mi è successa, mi sembra alquanto assurda.

E’ per questo, che quando Axel scoppia a ridere resto alquanto perplessa. Mi pento di non avere il mio apparecchio acustico per ascoltare quella risata. Dall’espressione rilassata del suo viso, deve avere una bella risata.

«Ho parlato per cinque minuti da solo, non posso crederci» – dice Axel sorridendo divertito – «riesci a leggere le labbra?».

Annuisco cercando di capire perché quella reazione mi faccia sentire così bene. Le persone scappano o sono intimorite da me, non restano a ridere e continuano a parlare.

«Anche se parlo veloce, riesci a capirmi lo stesso?».

«Quasi» rispondo e lui sorride di nuovo.

«Deve essere un lavoraccio, ma anche bello non sentire la confusione intorno. Quei ragazzi dietro di noi» – dice Axel indicando con una mano dietro di se – «stanno litigano per il film che dovranno vedere stasera e credimi, stanno facendo un caos che non t’immagini. Sarebbe molto bello non sentirli come succede a te».

E’ la prima volta che qualcuno mi dice che vuole essere come me. Quel ragazzo o è matto da legare, o è la persona più gentile che abbia mai conosciuto.

Il cellulare vibra tra le mie mani e m’impedisce di fare altre supposizioni.

Leggo la notifica e poi guardo Axel.

«L’autobus sta arrivando adesso»

«Dovrai installare anch’io quest’applicazione. Mi fai vedere come si chiama?».

Gli porgo il mio telefono giudicando più semplice farglielo vedere che spiegarlo.

Axel lo prende e poi pesca il suo dalla tasca. Lo vedo digitare in fretta qualcosa e poi chi aspetta l’autobus si riunisce attorno a noi, segno che l’autobus sta arrivando. Mi sistemo meglio lo zaino e mi riprendo il telefono. Quando sto per salire, Axel mi guarda con un’espressione confusa.

«Perché non mi hai detto che era lo stesso autobus che prendevi tu?».

Cerco con gli occhi un posto vuoto, ma sono tutti occupati. Axel posa una mano sulla mia spalla per attirare la mia attenzione.

«Ho capito, pensavi fossi un serial killer assassino. Adesso però avrai capito che sono un bravo ragazzo vero? Almeno a quest’ora»

Senza alcun preavviso, scoppio a ridere. La mia risata, così come la voce ha un suono strano e lo so. Mi porto una mano alla bocca come per bloccarmi, ma è troppo tardi. Nonostante la confusione che deve esserci su quell’autobus, Axel ha di certo sentito benissimo la mia stramba risata.

«Non dovresti vergognarti, hai una bellissima risata» sembra leggermi nel pensiero Axel. Poi si avvicina di più a me, quando l’autobus comincia a riempirsi.

«Penso che la tua risata, sia alquanto sexy se proprio vuoi saperlo».

A quel punto le mie guance si colorano di un rosso peperone. Nessuno mi ha mai detto una cosa del genere. Quel ragazzo, ho deciso, è matto da legare perché non può essere serio. E’ assurdo.

 

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