racconti

Amo i tuoi silenzi Quarto Capitolo

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La quarta parte di Amo i tuoi silenzi.

Spero che questa storia vi stia piacendo, perchè a me sta piacendo tantissimo scriverla.

Per avere il riassunto della trama, ecco di seguito la sinossi

Bea vive nel suo mondo fatto di silenzi, ma non perchè non ami parlare, fin dalla nascita le è stato diagnostico un grave handicap: non può sentire.
Riesce a percepire i suoni solo attraverso l’apparecchio acustico che porta alle orecchie. Usa il linguaggio dei segni per farsi capire o talvolta legge le labbra. La sua è un’esistenza tranquilla, ha accettato il suo handicap ed è serena. Almeno finchè Axel non appare nella sua vita e le fa capire che nella sua esistenza quasi perfetta manca qualcosa: l’amore.
Ma potrà Axel riuscire a scalfire quel muro che Bea ha costruito per sentirsi al sicuro? E riuscirà Bea ad aprire il suo cuore a qualcuno che è estraneo al suo mondo?
L’impegno da entrambe le parti sarà essenziale. Dovranno infatti essere disposti a non lasciarsi scoraggiare nemmeno da un nemico inimmaginabile.

E ricordo dove potete leggere la mia storia, oltre che qui sul blog anche su EFP cliccando QUI oppure su Wattpad cliccando QUI.

Ed ora ecco il quarto capitolo.

L’invito

Il mio penultimo anno alla scuola magistrale, che i miei genitori hanno scelto per me, si annuncia lungo come i precedenti. La mia classe è per lo più composta di ragazze, ma non sono riuscita a legare con nessuna in modo stretto. In questi momenti, sento forte la mancanza della mia amica Annalisa. Abbiamo frequentato tutte le scuole insieme fino alle medie e poi i suoi genitori si sono trasferiti a Bergamo.

Non che Bergamo, sia lontana anni luce da Napoli, ma non è la stessa cosa. Ci scriviamo lunghe mail e ci teniamo in contatto ogni tanto con dei messaggi, ma ormai la nostra amicizia non è forte come un tempo. Andare a scuola con lei, rendeva la giornata più bella, mentre adesso è tutto più duro.

Quando esco da scuola, il sole è ancora alto in cielo. La giornata di dicembre è ancora fredda, ma questo sole rende tutto più gradevole. Non c’è bisogno dei guanti, che rimetto in tasca mentre mi confondo tra la folla di studenti che si attarda a parlare tra loro.

Le voci intorno a me si fanno confuse. A scuola uso sempre l’apparecchio, ma quando esco dalla classe, non m’interessano le chiacchiere, quindi mi allontano da loro. Scendo lo scalino del marciapiede per attraversare, quando una voce mi blocca.

«Ehi!»

Impossibile non sentire il grido proprio accanto al mio orecchio. Mi giro verso la mia compagna di classe, Martina, che mi sta trattenendo con un braccio.

«Non hai visto il motorino» – mi spiega e poi sempre urlando, guarda il motociclista – «non lo vedi che è sorda? Stai attento!»

Ho visto benissimo il motorino passare, so attraversare ormai da anni ma non è questo che m’infastidisce, quanto il grido di Martina. La mia classe conosce il mio problema, ma adesso con le grida di Martina, lo conoscerà tutta la scuola.

«Scusami, mi dispiace!» esclama il ragazzo in moto. La sua espressione è dispiaciuta, imbarazzata ed io detesto leggere compassione negli sguardi degli altri.

«Non importa» – rispondo girandomi verso Martina – «non c’era bisogno, ma grazie».

«Figurati. Senti, ti va di venire stasera a mangiare qualcosa?».

Guardo Martina sgranando gli occhi. Lei è una di quelle ragazze che sono invidiate da tutti e che hanno parecchi amici. Non posso credere che una ragazza come lei stia chiedendo proprio a me, di unirsi alla sua uscita di gruppo.

«Aspetta» dice facendomi segno con la mano e poi si gira a dire qualcosa. Si volta ed io non riesco a leggerle le labbra, potrei usare l’apparecchio per sentirla, ma il vociare confuso intorno mi rende tutto più difficile.

Poco dopo arriva una ragazza che non conosco, sarà di un’altra classe e le porge un blocchetto con la penna. Martina scrive qualcosa appoggiando il blocchetto sulla schiena della ragazza e poi strappa il foglio. Me lo porge con un sorriso.

«Questo è l’indirizzo. Ci vediamo alle sette d’accordo?»

Prendo il foglietto in mano sorpresa, ma anche felice. E’ tanto tempo che non vado fuori a mangiare qualcosa con i ragazzi della mia età. Con Annalisa uscivamo sempre, ma non sono riuscita a crearmi nuove amicizie. In questo i miei genitori hanno ragione, dovrei impegnarmi di più. Decido di cominciare da oggi. Sorrido annuendo contenta.

«D’accordo, a stasera»

Martina sorride e poi mi saluta con la mano mentre corre a raggiungere gli altri. Stringo il foglietto e lo metto in tasca per paura di perderlo e poi torno a casa con una bella sensazione che mi accompagna per tutto il tragitto.

Anche se con mia madre ho un rapporto particolare, le racconto tutto e lei è molto contenta. Vuole che mi diverta, ma è ansiosa e preoccupata quando mi preparo per uscire.

«Hai. Preso. Il. Telefono?»

Annuisco, ben felice che non ci sia mio padre nei paraggi a farmi la predica se non rispondo a una domanda.

«Chiama. Se. Hai. Bisogno. E. Non. Fare. Tardi»

Annuisco ancora una volta e mia madre mi sorride carezzandomi una guancia prima che esca. Le sorrido e m’infilo nell’ascensore. Mia madre sa essere snervante a volte, mi rendo conto che avrebbe voluto una figlia senza nessun problema, ma a modo suo mi vuole bene e infondo non posso lamentarmi.

Abitiamo in via Luca Giordano da anni ormai, amo il Vomero e sono felice che la mia scuola sia vicina e che via Solimena possa raggiungerla senza nessun mezzo pubblico come molti miei compagni.

Percorro la salita di Via Scarlatti e arrivo a Piazza Vanvitelli, dove prima abitava Annalisa. Oltrepassando i vari negozi, continuo a scendere in via Kerbaker e arrivo al locale indicato da Martina. El Pajaro è un ristorante messicano che non è stato complicato trovare. Ho cercato un po’ di notizie su Internet, a quanto pare cucinano una paiella davvero buona, ma non amo i cibi piccanti quindi dovrò stare attenta.

Per entrare nel locale devo scendere delle scale e mi ritrovo immersa nelle luci rossi e arancione del locale. Socchiudo gli occhi per abituarli al nuovo colore e mi guardo intorno. La sala non è grande e i tavoli di legno sono ben incastrati con lunghe panche che fungono da sedie.

Mi sento toccare una spalla e poi vedo il viso sorridente di Martina.

«Ciao. Sei arrivata! Come va?»

«Bene» sorrido. Martina mi aiuta a liberarmi del giubbino che getta su una panca e poi mi afferra per mano presentandomi al resto del gruppo. Alcuni sono miei compagni di classe, ma altri non li conosco, forse sono della scuola. Martina infondo conosce molte persone, non credo che ricorderò tutti i nomi, ma pazienza. Mi fanno spazio a una panca e sento in sottofondo della musica che non riesco a identificare bene. Poso una mano sull’apparecchio ben nascosto sotto i capelli, ma il vociare confuso intorno a me più quello dei ragazzi del tavolo, m’impedisce chiaramente di sentire quale musica trasmetti e cosa sta dicendo adesso un ragazzo alla mia sinistra. So che sta parlando, ma devo girarmi per capirlo.

«Fatto» dice adesso ed io aggrotto la fronte. Avrà parlato con me? Era una domanda o un’affermazione? Non ho capito e mi ricordo perché detesto uscire con persone che non conosco, è complicato.

«Sì o no?» domanda il ragazzo al mio fianco ed io alzo le spalle.

«Non saprei. Che cosa hai detto?»

Anziché ripetere la domanda, il ragazzo scoppia a ridere. Batte una mano sul tavolo facendomi quasi sussultare e poi getta la testa indietro aprendo la bocca e ridendo più forte. Non capisco il motivo della sua ilarità e mi guardo intorno scoprendo che tutti stanno ridendo. Avrà raccontato una barzelletta? Mi sento stupida a non ridere insieme con loro e abbozzo un sorriso. Guardo Martina che si sta asciugando le lacrime dagli occhi, anche lei ha riso molto.

Poso una mano sulla sua spalla per attirare la sua attenzione.

«Martina …»

«Vuoi un po’ di birra?»

Mio padre ci permette di bere la birra a tavola quando mangiamo la pizza, ma so che bere fuori di casa non è la cosa migliore da fare. Quando Martina spinge un calice verso di me, mi porto il bicchiere alle labbra e fingo di berlo. Non mi va di restare poco lucida con persone che non conosco.

«Ti piace qui?» chiede Martina

«Sì, è molto carino, anche se un po’ stretto non trovi? Non oso immaginare cosa succede quando …»

M’interrompo quando Martina scoppia a ridere e non ne capisco il motivo. Azzardo un’occhiata agli altri ragazzi e vedo che tutti ridono e scuotono la testa. Mi giro dietro e il ragazzo di prima, rida sempre più forte. Se prima m’imbarazzava questa situazione, adesso comincia a scocciarmi. E’ chiaro che stanno ridendo di me, non so per quale motivo ma non sono venuta per farmi prendere in giro.

Mi alzo e un ragazzo che non avevo visto, mi si para davanti.

«Stai già andando via?»

Il suo alito puzza di birra e sono contenta di non averla bevuto.

«Non puoi» mi dice posando una mano sul braccio. Chiudo gli occhi perché quell’odore nauseante m’invade il viso. So che ha detto qualcos altro, ma con gli occhi chiusi non riesco a sentirlo e spingo la sua mano.

«Dove vai?» chiede Martina, ma non rispondo. Stanno entrando altre persone e non c’è spazio per passare adesso, mi sento intrappolata, quindi vado dal lato opposto. E’ in quel modo che riesco a leggere le labbra del ragazzo che rideva accanto a me.

«Non farla andare via, è divertente vedere come non sente niente. Hai fatto bene a invitarla»
Riesco a entrare nel bagno e mi chiudo dentro cercando di frenare le lacrime che minacciano di avvolgermi.

Come ho potuto essere così stupida? Ho davvero pensato che Martina m’invitasse fuori per gentilezza? Sono solo una persona che fa divertire gli altri ed io ci sono cascata come una sciocca! Mi sento davvero una stupida e questo non fa che aumentare le lacrime che mi bagnano le guance.

Avevo messo anche un po’ di trucco stasera e ora si starà sciogliendo tutto, ho perso tempo anche a vestirmi e invece era tutta una presa in giro. Sobbalzo quando qualcuno suona alla porta. E’ abbastanza forte il suono perché riesco a sentirlo anch’io, ma non voglio uscire. Non ce la faccio ad affrontarli di nuovo. Il suono ritorna più forte, forse qualcuno sta parlando ma non riesco a sentire quello che dice. Con tutta la confusione che c’è lì fuori e con la musica alta, non riesco a sentire un bel niente.

Prendo il telefono dalla tasca. Non lo metto mai in borsa o nel giubbino, lo porto sempre in tasca perché è la mia ancora di salvezza e lo sarà anche questa volta.

Non ho nessuna voglia di chiamare i miei, dovrei sopportare le loro paternali per giorni e sicuramente finirei in punizione per qualcosa che non ho fatto io. Senza contare l’imbarazzo che proverei nel vederli arrivare qua, l’unica soluzione è Rita. Mia sorella però adesso abita a Marano e non riuscirebbe a essere veloce per arrivare ed io ho fretta di uscire. Non posso stare bloccata qui dentro tutta la notte. Che cosa posso fare?

Scorro la lista dei miei contatti, ma non ho molto scelta e poi l’occhio mi cade sul primo della lista.

Axel.

Ieri sera è stato carinissimo con me. Abbiamo parlato per tutta la durata del film, mi sono divertita e ho riso tanto. E’ simpatico, gentile e molto divertente. Mi è piaciuto tanto parlare con lui, ma non siamo così in confidenza da poterlo chiamare. Non posso farlo. Sto per scorrere la rubrica e chiamare mia sorella, quando sento un’altra botta alla porta. Sobbalzo e la mano mi cade sul nome di Axel. Sta partendo la chiamata per sbaglio ed io la interrompo subito. Spero che non l’abbia notata, può anche succedere no? Può darsi che …

Ciao Bea, come va?

Il messaggio di Axel mi appare sullo schermo ed io avvampo in imbarazzo.

Bea: Scusa mi è partita la chiamata per sbaglio, non volevo disturbarti.

Axel: Nessun disturbo, sono fuori con amici. Tu dove sei?

Sento delle voci forti, qualcuno sta gridando e la paura comincia a farsi strada dentro di me. Sono in un posto affollato, non può succedermi niente di grave eppure sono terrorizzata.

Bea: Sono chiusa in bagno in un locale, vorrei poter andare a casa.

Ho scritto quelle parole piena di angoscia, ma appena le invio temo che adesso Axel crederà che sia una pazza fuori di testa, vorrà starmi alla lontana per sempre. Avrebbe ragione, perché io …

Axel: Dove sei esattamente?

Bea: El Pajaro, il locale che si trova in via Kerbaker.

Axel: Sto arrivando

Il suo messaggio riesce a farmi tirare un sospiro di sollievo, ma dura poco. La porta si apre. Un uomo, che penso sia il cameriere, ha usato la chiave e mi guarda malissimo.

«Signorina, non può stare chiusa qui dentro».

«Io …»

«Venga», m’invita a uscire l’uomo e sono pronta a spiegargli che voglio solo uscire da qui, quando la mano di Martina afferra la mia.

«Bea, mi hai fatto spaventare. Vieni».

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